venerdì 9 giugno 2017

Carpacco di Tuma

Carpaccio di tuma





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La tuma è un caratteristico formaggio siciliano,senza sale. Sarebbe il primo stadio di quello che diverrà il primo sale o il pecorino.Si ottiene dalla cagliata, ma l'assenza di sale aggiunto ne limita la durata ad una, massimo due settimane.
 Nei miei ricordi di bambina, è presente non tanto per il sapore, che non ha certo ben definito, ma per la consistenza.
 Dai nonni, a Librizzi, il pastore ce la dava appena fatta, tiepida, e per noi piccoli era il formaggio che faceva "zughiti zughiti" sotto i denti, per quella sua caratteristica elasticità.
E' elemento caratterizzante della nostra focaccia, a Messina, e la ritroviamo anche in altri piatti tradizionali. Può essere solo ovina, ovina e vaccina e anche solo vaccina.
Oggi, per il Calendario del cibo italiano e la Giornata nazionale del Carpaccio, ho pensato proprio ad un Carpaccio di tuma.
 Agli aromi di Sicilia.
Ho provato ad aggiungere alla tuma la sapidità di cui è priva per natura, con una salsa che racchiude i profumi ed i sapori dell'estate siciliana: quello dei peperoni arrosto,che si diffonde ancora nei cortili dei paesini siciliani, da giugno in poi,dei pomodori messi al sole ad essiccare,insieme al gusto deciso delle acciughe e dei capperi sotto sale.
La presentazione è classica, su un bel piatto di ceramica, ma nulla vieta di disporre le fettine una sull'altra, a mò di millefoglie, o di crearne un finger food. Sarà comunque buonissimo.








Ingredienti:

Tuma g 300
Peperoni arrostiti g 200
Pomodorini datterini g 150
Mandorle a lamelle g 40
Una acciuga salata 
Capperi di Salina g 30 
Olio evo
 Sale 
Pepe
Origano o menta freschi


Procedimento


Affettare molto sottilmente la tuma e disporre le fette sul piatto da portata, leggermente accavallate. 
Cuocere i pomodorini tagliati a metà e conditi con sale, pepe, olio , origano in forno a 120 gradi per due ore o comunque fin quando saranno disidradati ma ancora morbidi.
Passare al mini pimer i peperoni, l'acciuga e i capperi dissalati con la mandorle e poco olio, fino a ottenere una salsa dalla giusta consistenza.
Versarla in una ciotolina e servirla con la tuma, decorata con qualche goccia della salsa, le restanti mandorle tostate ed i pomodorini confit. Completare con foglioline di origano fresco o menta.






Con questa ricetta do il mio contributo alla Giornata Nazionale del Carpaccio del Calendario del cibo italiano.



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domenica 4 giugno 2017

Sformatini di fiori di zucca su salsa di pecorino

Sformatini di fiori di zucca su salsa di pecorino





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Sono belli, colorati, eterei. E buonissimi. A frittata, pastellati , farciti, nelle insalate, in tutti i modi possibili, mi piacciono sempre.
Oggi, per la Giornata nazionale dei Fiori di Zucca delCalendario del cibo italiano, li ho preparati in sformatino.
Veramente li avevo fatti tempo fa, promettendo di postare la ricetta, ed ecco : promessa mantenuta.


Ingredienti

Fiori di zucca n. 16 per foderare gli stampi
Fiori di zucca g100
Zucchine piccole g 300
Uova intere n.2
Tuorli n. 2
Grana g 30
Sale 
Pepe

Per la salsa al pecorino

Pecorino grattugiato g 100
Latte g 300 
Sale
Pepe
Fiori di borragine 


Procedimento

Pulire i fiori , privandoli del pistillo, ed aprirli, foderando quattro stampini a cupola, leggermente unti di olio.
Trifolare le parti esterne delle zucchine ed il resto dei fiori, tagliuzzati ,  con l'aglio, che poi andrà tolto , ed il prezzemolo tritato.
Mescolare le verdure trifolate alle uova ed il grana, aggiustare di sale e pepe e riempire gli stampi, piegando i petali dei fiori sulla farcia.
Cuocerli a bagnomaria, in forno, a 180 gradi per dieci minuti.
Per la salsa, sciogliere nel latte caldo il pecorino.
Una volta pronti gli sformatini, capovolgerli sulla salsa a specchio e decorare con i fiori di borragine.







martedì 30 maggio 2017

Fritto misto di pesce

Fritto misto di pesce




http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/



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Il fritto misto di pesce


Il fritto mette allegria,sempre. Se poi è un fritto misto, e di mare, allora... Allora è vacanza, è mare, compagnia e amici, anche se ci troviamo nel nostro appartamento di città, e ancora non è proprio estate.
Ho fatto una veloce ricerca,Qui ed ho scoperto che di fritto si parla già nell'antica Roma, anche se con il termine frigo s'intendeva una cottura  diversa e niente affatto croccante.
Ed invece è la croccantezza la prima ed imprescindibile caratteristica di un fritto che si rispetti; infatti, pur partendo da ingredienti di prima qualità, se la tecnica usata per la cottura non è quella giusta, si rischia di avere una poltiglia niente affatto accattivante, anzi.
Ancora, seppure abbiamo avuto l'accortezza di friggere in olio profondo, alla giusta temperatura (180 gradi), ponendo i pezzi di pesce ben asciutti e pochi per volta, per non fare scendere repentinamente la temperatura, pure, dicevo, rischiamo di rovinare il nostro fritto. Salandolo troppo presto, per esempio, o conservandolo nel forno caldo, magari, ma con lo sportello chiuso.
Il peggiore nemico di un buon fritto è l'umidità, e quindi la cosa migliore sarebbe mangiarlo subito, bollente e croccante, salandolo all'ultimo minuto.
Do' per scontata la necessità  della freschezza del pesce,che deve"parlare", come dice mio padre, e passo a descrivervi il mio fritto misto, fatto in occasione della Giornata Nazionale del fritto misto, per il Calendario del cibo italiano.
Solitamente , si parla di fritto misto già quando ad esser fritti sono solo crostacei e cefalopodi, ma un signor fritto misto dovrà contemplare almeno cinque varietà ittiche.
Questi, potranno esser semplicemente infarinati,  pastellati o panati, a seconda di quanto il nostro estro permetta, dando vita ad un piatto personalizzato,ottimo, e sempre diverso. 
Nel mio, c'erano dei filetti di acciughe ,in parte semplicemente infarinate con semola di grano duro ed in parte passate anche in uovo e pangrattato  al rosmarino, seppie in farina di mais ed in pastella di ceci,cozze  in pastella soffice alla birra,gamberi alla farina di riso, gamberoni avvolti in capelli d'angelo,anelli di calamaro panati nel couscous.
Per accompagnare, io ho scelto semplici e profumati spicchi di limone, ma una bella alternativa potrebbe essere una salsa tartara.





Ingredienti



Acciughe g 400
Calamari n. 2 g 500
Seppie n.2 g400
Gamberoni g 300
Gamberi g 300
Cozze g 500
Limoni n.2 


Per le acciughe

Farina di semola
Un uovo
Pangrattato 
Rosmarino
Sale Pepe


Per le seppie

Farina di mais
Farina di ceci g  130
Amido di mais 3 cucchiai
Acqua g 200
Bicarbonato un cucchiaino e mezzo
Sale 
Pepe


Per i calamari

Couscous
Sale
Pepe


Per le cozze

Birra g 140
Farina g 100
2 cucchiaini limone
Olio evo 1 cucchiaio
Sale
Peperoncino


Per i gamberi

Farina di riso
Sale
Pepe




Per i gamberoni

Capelli d'angelo g 150
Sale
Pepe








Dopo aver pulito e diliscato le acciughe, tolto il carapace ai gamberi ed ai gamberoni ( lasciando a questi ultimi la coda), privato delle interiora e spellato i calamari e le seppie,aprite in una padella con fuoco vivace le cozze e sgusciatele.
I gamberi vanno solo passati nella farina di riso. 
Le acciughe andranno per metà  passate nella semola, mentre le restanti si passeranno anche nell'uovo e nel pangrattato aromatizzato con poco rosmarino fresco tritato.
Le seppie, dopo esser state tagliate a julienne, dovranno essere per metà infarinate con la farina di mais e per metà pastellate con il composto ottenuto mescolando alla farina di ceci e l' amido, il sale, il bicarbonato e l'acqua necessaria ad ottenere una densità media.
Le sacche dei calamari, tagliate ad anelli, verranno passate nel couscous.
Per i gamberoni, cuocere la pasta e, scolata, avvolgerla attorno ai crostacei, ottenendo come dei bozzoli.
Per la pastella delle cozze, invece, unire la birra molto fredda al resto degli ingredienti.
Una volta pronti tutti i componenti, cuocerli in olio profondo portato a temperatura, unendoli pochi per volta,aiutandovi con una pinza.
Scolateli bene con il ragno ,ponendoli su un vassoio coperto da carta assorbente, tenendoli in caldo nel forno acceso e con lo sportello socchiuso , ma solo finché avrete finito di friggere.

Il fritto non può attendere, quindi, contornato da spicchi di limone o con una ciotolina di salsa tartara, servitelo in fretta.







lunedì 29 maggio 2017

Pesce stocco  alla messinese



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Non ho mai la pretesa di dare ricette infallibili o le migliori possibili, ma a maggior ragione oggi, Giornata nazionale del baccalà e dello stoccafisso, per il mio contributo al Calendario del cibo italiano.
Lo stocco è troppo nel dna del messinese per dire qualcosa di diverso da quanto detto finora senza incorrere in proteste e dissensi di chi pensa di conoscerlo e cucinarlo nella maniera migliore. 

Ma lo amo, cucinato in ogni maniera possibile. Ricordo ancora un'estate di qualche anno fa, quando sul terrazzo di casa a Ganzirri abbiamo organizzato con amici la "PescestoKatia", con mille varianti dello stesso,ed un ottimo vino Faro.
Anche mio marito , che da ragazzo lo odiava, adesso se ne è innamorato tanto quanto me, e forse di più.
A  Messina si dice : "Sciroccu, piscistoccu e malanova, cu va a Messina sempri i trova" ,ed il pesce bastone,lo stoccafisso,è davvero l'ingrediente principe della nostra cucina più tradizionale.
Qualche mese fa, per l'Unione Cuochi Sicilia , abbiamo organizzato un laboratorio proprio sul pescestocco, e in quella occasione abbiamo anche girato un video che ne riprende la lavorazione ed il taglio, effettuato da un vero "pescestoccaro", il signorAlessi. Interessantissimo.
Lo stocco ,nella tradizione messinese si preparava sempre il venerdì, giornata di magro, ma anche la Vigilia , dopo la vendemmia, ed in tutti gli"schidicchi", ogni volta, cioè che si festeggiava convivialmente un avvenimento. Fino gli anni cinquanta, erano tante le trattorie che lo proponevano a tutte le ore del giorno, e spesso costituiva il pasto di chi, come gli scaricatori di porto, lo consumava alle cinque di mattina, dopo una dura nottata di lavoro.
Ormai, tante di quelle trattorie non esistono più, e solo qualcuno lo continua a proporre ogni giorno, come la Osteria Etnea, di Giovanni Samperi.
Si può anche odiare, per l'odore pronunciato che ha, ma se lo si ama, è di un amore che viene dal profondo,dalla memoria e dal cuore. 
Ecco perché, forse, ogni innovazione , destrutturazione, alternativa alla tradizione, non è mai vista di buon occhio.
Anche per quanto mi riguarda, sullo stocco, non amo allontanarmi dalla tradizione. E' comunque con umiltà che vi propongo la mia versione di stocco alla ghiotta, senza alcuna pretesa che sia Vangelo,anzi.


Ingredienti


Stocco già ammollato g 600
Passata di pomodoro l  1
Concentrato di pomodoro g 50
Patate kg 1
Una cipolla
Olive verdi in salamoia g 150
Sedano g 200
Capperi di Salina g 100
Olio extra vergine di olive
Olio di arachidi 
Sale
Pepe


Tagliare in mirepoix la cipolla e il sedano, dopo averli nettati, snocciolare le olive e ammollare i capperi.
Lo stocco andrà tagliato in grossi pezzi, e così le patate, che si friggeranno in olio profondo.
In un tegame largo abbastanza da contenere su un unico piano lo stocco, versare abbondante (sig) olio ed appassire il battuto di verdure, aggiungendo le olive ed i capperi dissalati.Quando si comincerà a sentire il profumo delle verdure, e prima che si brucino o cuociano troppo, versare la passata ed aggiungere il concentrato. 
Dopo qualche minuto, a bollore ripreso, appoggiare sul sugo in cottura i pezzi di stocco, uno accanto all'altro ma senza sovrapporli, salare, pepare , e cuocere per una buona ora, a fuoco dolcissimo e tegame coperto.
Lo stocco non andrà mai mescolato, ma si dovrà soltanto smuovere il tegame, con movimenti decisi e dopo averlo sollevato leggermente dal fuoco.
Superata l'ora, o comunque a fine cottura, andranno aggiunte le patate per gli ultimi quindici minuti; salare, pepare  e completare con un giro d'olio, se necessario.
I messinesi doc dicono che lo stocco allaPer ghiotta deve cuocere nell'olio...
Le patate assorbono molto condimento, quindi , se lo stocco dovesse attendere , converrebbe , una volta cotte, toglierle dal recipiente di cottura e tenerle in caldo a parte.
Si potranno unire al momento del servizio.
Con il sugo, ma senza le patate, spesso si condiscono gli spaghetti o le margherite,o spaccatelle.

"Ventri" ripiene


Una parte dello stocco meno famosa, forse, è costituito dalle"ventri", che non sono certo il ventre,  ma la vescica natatoria del merluzzo essiccato.


Dopo un'attenta pulizia con sale e limone, privandole di residui di cartilagine e della pellicina che le ricopre, le ventri andranno farcite con pangrattato condito con olio, sale, pepe,pecorino grattugiato misto o ragusano, prezzemolo tritato.
A questo punto, si dovrà procedere come per lo stocco, però cuocendole a parte. Il condimento è molto più grasso, ma sono una leccornia.





Con questa ricetta contribuisco alla Giornata nazionale dello Stocco e del Baccalà del Calendario del Cibo Italiana.





sabato 27 maggio 2017

Frittelline di sauro su insalata di porcellana e granita al bergamotto e nepitella, con finta brioche









Per la GN delle Erbe Spontanee un omaggio speciale.

 Spiedini di pesce Sauro su insalata di porcellana e granita al bergamotto e nepitella,con finta brioche






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Stavolta, il post non lo scrivo io. Mi limito alla ricetta, che troverete alla fine della pagina. Il contributo al Master sulle erbe spontanee,per il Calendario del cibo italiano, lo do in questo lavoro a quattro mani, con Sonia Conte, che ne ha curato il post. 
Prima di lasciarvi alle sue parole, vorrei non privarmi del piacere di ringraziare Alessandra, più di sempre, Annarita Rossi, il professore Andrea Pieronil , Sergio Rossi e lo chef Alessandro Dentone.
 Grazie!
Adesso, è il turno di Sonia.




Spontaneo deriva dal latino tardo spontaneus e dall’avverbio sponte ed è una delle parole che amo di più, ma anche una delle parole più difficili da descrivere perché è una dote rara da incontrare…
Grazie ancora una volta alla community, quella del Mtc, da cui nasce il Progetto del Calendario del Cibo Italiano, abbiamo avuto la fortuna di partecipare ad un Masterclass sulle Erbe spontanee e il loro utilizzo in Cucina.
La questione non è poi così semplice, sapete? Le erbe proposte sono state scelte dagli esperti in base alla stagionalità e, per la precisione, si è parlato di: Romice, Finocchietto, Nepitella, Luppolo, Ortica,  Serpillo, Elicriso, Dente di Leone, Portulaca e Grattalingua. No, non si tratta di piante aliene, tranquilli. Saranno si, piante infestanti, su questo punto siamo tutti d’accordo, ma entrano a buon diritto nelle dispense di cucine anche molto sofisticate, direi, una su tutte quella Francese che ne fa largo uso.
Questo diritto di cittadinanza gastronomica lo devono alla loro sensorialità, caratteristica che ne ha suggerito  l’ elezione e selezione anche nella cucina tradizionale italiana, regione per regione nei secoli, dagli antichi Romani in poi.
Così, di dialetto in dialetto, microclimi simili hanno prodotto piante simili, seppure in regioni del tutto lontane tra loro.
Tra queste, la Puglia, ad esempio, ha fatto da cerniera biogeografia, che -paroloni a parte-  vuol solo dire che, estendendosi  tra i due versanti, del Mediterraneo, ospita sul suo territorio specie a differente collocazione, in virtù di quella teoria (sempre più accettata) che questa regione abbia fatto da ponte naturale con le coste balcaniche,  annoverando  così circa 1400 tra specie e sottospecie.
Un aspetto importante , sottolineato dal prof. Andrea  Pieroni, docente di Scienze Gastronomiche  e nostro tutor  in questa esperienza, riguarda il profondo legame tra queste piante, i luoghi e le persone,con le loro storie di vita vissuta: chiamatelo pure sense of place 😉

Oltre al prof  Pieroni, che ci ha sapientemente introdotti all’argomento, ringrazio innanzitutto Katia che mi ha adottato in questa bella parentesi di vita (anche se virtuale) e che è stata colei che ha creato la ricetta vera e propria; a seguire ringrazio Annarita Rossi  , Sergio Rossi che ci ha salvate da avvelenamenti vari, con la sua esperienza di conoscitore delle piante spontanee  e Alessandro Dentone , lo chef più coraggioso del mondo!! che ha corretto, suggerito, ispirato.     
Alessandra non ha bisogno di ringraziamenti, spero, perché al momento non trovo bene le parole .






Tutte personalità di un certo calibro nel mondo gastronomico, che con molta umiltà si sono messe a disposizione, stando ad ascoltarci e rassicurarci ad ogni step, senza neppure conoscerci.  Il master è stato strutturato in una parte teorica ed una pratica, che ha visto la raccolta delle piante spontanee -per noi la raccolta è nella zona di Messina- e l’elaborazione di una ricetta che le rendesse protagoniste e che troverete in conclusione del post 😉

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Detto questo, è giusto ricordare che il potere simbolico delle erbe spontanee può andare ben oltre ed essere codificato nella cultura di un popolo, al punto tale che  le erbe amare preparate per il Sedar, il rituale ebraico della Pasqua, non possono mancare e sono distribuite in una quantità bastante per tutta la durata della cena (almeno tre ore) e dalle quali non è possibile prescindere. Il Maror  ricordava proprio l’amarezza della schiavitù del popolo ebraico sottomesso in terra d’Egitto.
Parola d’ordine: Sensorialità Figlie di un Dio minore, si, ma vi accorgereste della loro mancanza in un piatto, o una maldestra loro sostituzione. Innanzitutto la prima incongruenza sarebbe il profumo di quella particolare pietanza, poi il colore, la consistenza, che risiede spesso nella loro spiccata croccantezza. Immaginate voi una salciccia lucana senza finocchietto selvatico o un purè di fave abbinato male?
La loro coltivazione non è presa in considerazione perché non ha una valida richiesta sul mercato, e siamo d’accordo, ma la biodiversità e la sua salvaguardia non hanno prezzo.
  • Una pianta che ci ha appassionato molto è stata la porcellana o portulaca, dai caratteristici fiori stropicciati utilizzati addirittura in cosmesi per il forte potere antiossidante -la mia CC cream è fatta con estratti di porcellana, ad esempio.
In passato, dalle mie parti (Salento e dintorni) un fascetto di portulaca, a mo’ di amuleto contro il maligno, veniva esposto sugli stipiti delle porte e si racconta di quel condannato a morte che volle essere impiccato giusto sulla portulaca… La pianta gioverebbe pure al colesterolo, ma questa è un’altra storia.
  • La Nepitella, invece, ce l’hanno pure in Corsica, dove viene utilizzata per aromatizzare zuppe di pesce. In alcune zone del Centro Italia la si aggiunge al caglio.  Benedetta dal Sacerdote il Sabato Santo, dentro un piatto con uova rotte, se ne faceva una frittata per la Pasqua. Una leggenda, infatti, narrava che la Madonna ruppe il digiuno, seguito alla morte del Figlio, proprio con della Mentuccia.
In cucina è largamente utilizzata per aromatizzare carciofi e lumache. Il nome di menta deriverebbe da quello di una ninfa, Minte, amata da Ade, che Proserpina, per gelosia, tramutò in pianta.

Secondo Ippocrate e Dioscoride, la pianta sarebbe eccitante, per Galeno afrodisiaca. Che sia digestiva e dissetante ci basta. I Monaci Cistercensi ne consigliano lo sciroppo, ottenuto con una manciata di pianta fresca messa a macerare in un litro di alcol a 70° per dieci giorni, poi unita a dello zucchero o del miele.Utile per distendere i nervi, ma potrebbe aumentare eventuale acidità gastrica.
D’estate i vasi (enormi) di menta in casa dei nonni diventavano per noi bambini come delle grosse boe attorno alle quali rincorrerci creando percorsi immaginari da doppio slalom…e ancora oggi ilprofumo di menta ridesta quei ricordi d’infanzia.
  • Il Finocchietto selvatico è presente in tutta l’area mediterranea, dal livello del mare fino ai 1000 metri di quota. Cresce sui margini delle strade. Presso gli antichi Romani era simbolo di successo e forza, al punto di aggiungerlo nelle bevande dei gladiatori. Usato dai veneziani illo tempore per mascherare i difetti dei vini, mentre per la Scuola Salernitana i semi possedevano un potere afrodisiaco. Le ombrelle del finocchio abbellivano il collo del cuccu (piccola otre di argilla per vino e acqua) durante le feste contadine.

Di buoni motivi ne abbiamo, dovete crederci anche sulla parola, altrimenti l’articolo non finisce più. Una promessa, quella di provare, tra le dieci cose da fare prima di morire, una ricetta a base di erbe spontanee … oggi troverete sul Calendario del Cibo Italiano molto materiale su cui sbizzarrirvi.
Le piante eduli spontanee sono il valore aggiunto,
in un’epoca in cui l’uomo vuole riappropriarsi
a piene mani del suo rapporto con la Natura, in termini di sostenibilitàecologia,
ma anche in vista di una innovazione gastronomica,
che è possibile solo con la riscoperta
delle radici della cucina tradizionale ad esse legata.

In conclusione, potevamo tralasciare la Smorfia? Mangiare erbe spontanee corrisponde, secondo la smorfia gastronomica pugliese, al numero 50.  Sul significato, soprassediamo, visto che non ci farà lucrare, ma vuoi mettere la bella scoperta?

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Spiedini di frittelline  di sauro e finocchietto su insalata di portulaca,granita di bergamotto e nepitella  con piccola brioche (finta)
Ingredienti
Per le frittelline di sauro:
Sauri  g 500
Pangrattato g100
Uovo intero n.1
Pecorino g 50
Aglio
Finocchietto
Olio d’arachidi
Sale
Pepe
Per le granite:
1.
Succo di bergamotto g 250
Zucchero g 125
Acqua g 300

2.
Nepitella g 50
Acqua g 300
Zucchero g150

Per la brioche finta
Farina g 500 (g 250 farina 00 e g 250 farina Manitoba)
Acqua g 300
Strutto g100
Zucchero g 40
Un cubetto di lievito di birra
Finocchietto tritato
Sale un bel pizzico
Procedimento
Per le frittelline di pesce: pulire i sauri , privandoli delle lische centrali , sfilettandoli e privandoli della pelle.Tritarli e mescolarli al resto degli ingredienti, aggiustando di sale e pepe e unendo alla fine il finocchietto tritato.Formare delle polpettine della grossezza di una ciliegia, passarle in poco pangrattato al finocchietto e friggerle .
Per la granita di bergamotto,fare con acqua e zucchero uno sciroppo, farlo freddare ed unire il succo di bergamotto. Porre in freezer, avendo cura di mescolare spesso per rompere i cristalli di ghiaccio.
Per la granita di nepitella, fare uno sciroppo con acqua e zucchero, lasciare in infusione la nepitella finché si raffredda, filtrare e procedere come sopra.
Per la brioche finta, porre in planetaria la farina, con lo zucchero. Sciogliere il lievito in un poco della dose di acqua,e cominciare a versare il liquido , mescolando. Unire lo strutto,il liquido restante, fare incordare ed aggiungere infine il sale e il finocchietto tritato. Far lievitare fino al raddoppio. Formare le brioche, far lievitare ancora un’ora ed infornare a 200 gradi, dopo aver pennellato le finte brioche con uovo e latte, per circa 15 minuti.
Per assemblare il piatto, formare dei mini spiedini di polpettine, intervallando, volendo, con una polpettina di solo finocchietto.
In una coppa da Martini porre un po’ di granita di bergamotto, contornandola con quella alla nipitella, per accentuare le differenze cromatiche. Al centro, porre un’insalatina di portulaca e, sopra, appoggiare lo spiedino di polpettine. Accompagnare con la brioche finta.





Foto e ricetta sono miei, il testo è di Sonia Conte, del blog Gioca Sorridi Mangia.


Fonti

Erbe spontanee salentine, di R. Accogli e P. Medagli, ed. Grifo 2014

Piante medicinali dei Monaci Cistercensi di Martano, ed. Grifo 2015

Schede sulle erbe spontanee a cura del prof. A. Pieroni

Puglie in bocca, di L. Sada
Testi a cura di Conte Sonia, Blog Gioca Sorridi Mangia